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FAVOLA DI RENZO CIGOI

Racconto pubblicato all'interno della raccolta "Basso continuo (e altri racconti)" di Renzo Cigoi  

Edizioni Opposto 2013©. Tutti i diritti sono riservati.

Come e sempre stato, perché la Storia non ha mai insegnato nulla a nessuno, c’era una volta una fredda mattinata di meta dicembre. Nella grande radura, immersa fino a quel momento in un silenzio d’acquario, come una mandria di animali preistorici dalle fauci fumanti arrivarono gli autocarri. Ai margini dell’abetaia buia e profonda, tra l’abbondante Santoreggia e le gramigne alte e giallognole, sottili e appiattite sfumature di tenero verde brillavano pulsando sotto l’esile crosta di rugiada ghiacciata come schegge di smeraldo in un covone di fieno. Erano le foglie picciolate a rosetta e fiori in spighe verdognole della Piantaggine maggiore che, aderenti alla terra, cercavano un residuo tepore; vicino ad esse, da sembrare quasi pianticelle di fragola, stavano accartocciate quelle dell’Edera terrestre e, un po’ dappertutto, le foglie a lama seghettata del Tarassaco, o Dente di leone, o  la cicoria selvatica che d’estate produce quella simpatica margherita gialla simile al fiore dell’Arnica e poi i soffioni. Tra tutte quelle tonalità di possibili verdi, il più cupo, carico e opaco, da sembrare quasi di cartone, era il verde del Pungitopo, che con le sue bacche rosso fuoco a prova di qualsiasi freddo emergeva dal sottobosco come un segnale di pericolo. Equipaggiati come esploratori polari, gli uomini scesero dai camion inoltrandosi nel folto del bosco con le armi in pugno come una muta di cani all’inseguimento della selvaggina.

Difatti, immediatamente si avvertì nella foresta una specie di timido fruscio di creature in fuga; qualcosa d’impercettibile, però, che più che vedere s’intuiva: forse un soffio, un caldo brivido di pellicce e fiati ansimanti… Poi tutto si confuse nelle grida degli uomini scatenati e il rumore di cascata che produceva la bora tra i rami delle conifere: boato di uomini e cose che pareva un profondo lamento della Terra.

Stanandoli uno a uno nella macchia, tra il brusio dondolante e malinconico dei più grandi, tristi, immobili e impotenti davanti a quella “strage di innocenti”, gli uomini cominciarono ad abbattere gli abetini la dov’erano più fitti. Le vittime erano giovani e ancora bassi, ma quasi tutti ben formati, con i finali tripartiti dei rami di un verde metallico fitti di lunghi aghi come la coda delle volpi argentate, eleganti e forti, pronti per affrontare l’inverno e il gran freddo dell’altipiano carsico. Agli occhi di chi non apparteneva alla loro specie, una particolare nota sembrava renderli del tutto uguali: piccoli e meno piccoli, tutti possedevano una bellezza stupenda e, nella loro fiera immobilità, avevano soprattutto un aspetto talmente nobile e orgoglioso da incutere quasi soggezione.

Dalla cappa dell’infinito plumbeo comincio a scendere un pesante nevischio. L’abetaia si coprì di un bianco sudario, ma ben presto divento fradicia e molle come una palude. I più grandicelli, appesantiti dalla neve bagnata, si piegavano sotto i colpi delle accette lasciandosi scivolare sfiniti lungo i rami del vicino con un rumore di corpo senza vita che cade nel fango. Gli uomini di Erode lavoravano sodo: allargandosi a ventaglio per compiere meglio la strage, come un uragano penetravano in ogni recesso della selva con un metodo collaudato da anni, che consisteva nel rastrellare il bosco stanando con sadica gioia i più piccoli. Questi si tenevano stretti uno attaccato all’altro quasi in una specie di muto terrore; e quando gli uomini ne trovavano uno particolarmente bello– la chioma folta con la punta regolare e diritta, le braccia aperte e simmetricamente tese dall’alto in basso, dalle più corte alle più lunghe, in modo da formare una verde piramide, – si chiamavano l’un l’altro; pero non perché incantati da quella magnificenza della natura, ma solo per commentare la cifra che sarebbe stata sborsata dai ricconi di città per un’esemplare del genere.

Un gruppo di quattro o cinque battitori che lavoravano assieme disprezzavano quegli sciocchi commenti dei compagni meno esperti, in quanto per loro quel massacro non era un divertimento ma un lavoro serio, era il mestiere, il pane pagato a giornata e una preda valeva l’altra: i soldi li avrebbe fatti il padrone dei camion, non certo loro che abbattevano gli alberi! Importante era stanare i piccoli perché i più richiesti, e anche qualcuno un po’ più grande, magari violando la legge che gli proteggeva. Oppure, esauriti gli abeti di taglia bassa, tagliare le cime di quelli più alti, mutilandoli così di una regolare crescita, tanto non controllava mai nessuno! Ma bisognava stare molto attenti di non rovinarli troppo durante il taglio; per il resto si poteva picchiare e segare dove capitava…

Il filo delle asce accuratamente affilato si abbassava con precisione – quasi in maniera indolore, si sarebbe potuto pensare, – su quelle verdi esistenze clorofilliane che cadevano senza un lamento o un qualsiasi suono percepibile dall’orecchio umano. Ed era proprio questo trascendente silenzio della vittima che aveva in sé qualcosa di terrificante e di misteriosamente primordiale. Ma qualcosa di simile a una specie di muta ribellione doveva pur esserci in quella verde immobilità, se al momento di cadere sembrava che l’aureola luminosa, di cui quegli esseri erano soffusi quando dimoravano nella terra, degradasse in toni sempre più smorti e opachi, per poi sparire quasi del tutto: forse la loro voce era un ultrasuono, o il piccolo schianto di ossa spezzate, se poi quella particolare luce di esseri vivi svaniva nel buco nero dell’atmosfera del pianeta… Da quel momento, se apparentemente tra uno di quegli esseri che erano stati vivi e vegeti nel bosco e un’esatta copia di plastica non passava che una minima differenza, ad ampliare questo “minimo” era proprio quella luce aureolare svanita per sempre. Che però gli “uomini di buona volontà” avrebbero cercato di rimpiazzare con quella elettrica, colorata e intermittente, stupidamente convinti che fosse migliore come tutte le loro trovate. La specie umana, in occasione dei suoi annuali ludi pseudo religiosi, perpetrava l’annientamento di quella specie vegetale ripetendolo regolarmente da tempo immemorabile.

Per altre motivazioni o cause si sarebbe usata una parola diversa, più appropriata; ma le “motivazioni” o “cause” avrebbero dovuto toccare direttamente coloro che commettevano questi delitti contro la specie a cui appartenevano; allora lo avrebbero chiamato “genocidio”, “shoah”, o anche “olocausto”; parola in ogni caso sbagliata, perche nessun uomo, a parte Empedocle, si e mai dato in olocausto. La nostra specie sacrifica solo esseri innocenti. I deforestatori trasportarono quegli esseri bellissimi sugli autocarri – però di una bellezza ormai imbalsamata, inerte al vento e alla neve, alla pioggia e al sole, che solo la fine di un ciclo vitale, la morte, e in grado di conferire, – accatastandoli uno a uno all’interno di quella specie di bara comune provvisoria in un groviglio di chiome, rami, aghi, cortecce ferite, tronchi scorticati e sanguinanti di dense, profumate resine, vivi solo in apparenza perche verdi.

Dopo un viaggio di chilometri, arrivarono in città e li scaricarono su una stupenda piazza a selciato romano. La piazza aveva una grande fontana nel mezzo contornata di piccioni e due bellissime chiese, una delle quali con le cupole azzurre che si confondevano nel cielo come enormi nuvole primaverili sospese nel vento. L’altra esibiva un imponente pronao, sulla sommità del quale una fila di santi taumaturghi a grandezza naturale vegliava sul popolo sottostante.

Arrivarono altri uomini che li allinearono sul selciato come giovani soldati morti, ma sul loro mantello il profumo della foresta e della terra del bosco non si sentiva più: si erano portati dietro soltanto una lieve fragranza di resine, come l’odore del sangue di una mortale ferita; ma ben presto sarebbe svanita anche quella nell’aria satura di gas di benzina e zolfo.

A ognuno venne inchiodata una croce ai piedi per farli stare diritti come quando erano nella foresta; a certi, prima di metterli sopra la croce, gli segavano le braccia più lunghe, che poi gli uomini accatastavano separatamente in un mucchio: quelle ramaglie servivano per confezionare dei manichini somiglianti ai cadaveri a cui le avevano strappate. Tutto quel lavorio veniva fatto con grande frenesia, poiché tra qualche giorno la gente sarebbe arrivata a frotte per comprare e caricare sul tetto dell’auto uno di quegli esseri in coma profondo, portarlo in una casa surriscaldata, vestirlo di elettricità e neve di plastica e poi collocarlo davanti al caminetto, ai piedi del quale era già allestito il Presepe con San Giuseppe, Maria e il bambino Gesù nella mangiatoia; una casa dove sarebbero morti disidratati e ustionati tra bottiglie di spumante e panettoni, brindisi, baruffe, pianti, rutti e sghignazzi, e a mezzanotte in punto soffocati da mille esplosioni e da un potente: Buon Natale!! urlato da tutti quegli infelici figli del consumismo senza però comprenderne il significato… Dodici giorni dopo, i cassonetti dei rifiuti della città si sarebbero riempiti di centinaia di quelle secche spoglie, che fino al momento di quel blasfemo boato avevano sperato di potersi risvegliare nel vento della foresta dov’erano nati.

 

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Anno di edizione: 2013
Pagine: 274
Collana: Ritratti
Prezzo: 14.00 €
Autore: Renzo Cigoi

 

Una raccolta di racconti che lascia il lettore con il fiato sospeso dal principio alla fine. In un susseguirsi di immagini dolorose e allo stesso tempo di grande tensione poetica sulle tragedie delle guerre ma anche sulle bellezze naturali di una terra complicata, come lo sono tutte le realtà territoriali di confine, Renzo Cigoi ambienta quasi interamente la sua narrazione a Trieste, in Istria e nel Quarnero. Dalla prima guerra mondiale, ci guida fino ai giorni nostri nelle stanze indecifrabili di un labirinto di vicende, di maestosi paesaggi e della Storia come non era stata ancora raccontata.

 

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