lateral bloggo

Banner Valutazione

Testi postati dagli amici di Opposto

LA PENISOLA DELLE CAPRE DI RENZO CIGOI

Racconto pubblicato all'interno della raccolta "Basso continuo (e altri racconti)" di Renzo Cigoi  

Edizioni Opposto 2013©. Tutti i diritti sono riservati.

 

Il misfatto sulla Penisola delle capre, come molti una volta chiamavano l’Istria, ebbe inizio nell’incerto chiarore di un’alba di fine estate su un vasto pianoro d’erba giallognola e alta che da anni nessuno falciava né animale brucava. Massi di pietra calcarea erano sparsi un po’ dovunque su quel terreno “mosso” qua e là da brevi declivi, gobbe, depressioni, e già fin da quell’ora antelucana la giornata si preannunciava molto calda. Lontano, verso nord-est, dove la piana erbosa iniziava a essere uno zoccolo montagnoso, nel velame della bruma cilestrina s’intravedevano i tronchi scuri di un’abetaia che era distribuita sull’irregolare salita del versante carsico come un pezzo di lavagna. Il senso d’isolamento e di solitudine che quel luogo comunicava era mitigato, oltre che dalla sua aspra bellezza, dalla presenza di una minuscola e cadente bicocca collocata proprio in mezzo alla spianata e, a non più di quindici passi dalla capanna su un declivio verdissimo, da un gigantesco Acero montano dall’enorme chioma di foglie verdi scuro su una faccia e glauche dall’altra, che stormendo ad ogni spirare della brezza mattutina cambiava forma e colore come una nuvola temporalesca. Sulla porta della bicocca, costruita a secco chissà quando con i sassi della landa per farne un pascolo, un vecchio era seduto con un pezzo d’arenaria in mano e un vaso d’acqua vicino a sé dove ogni tanto la immergeva e, con rumore di cicala, stava affilando una grande ascia da boscaiolo. Come se volesse far da richiamo all’insetto, che per iniziare il suo concerto giornaliero attendeva che il sole fosse più alto e scaldasse l’aria, il vecchio andò avanti con quello sfregamento per quasi un’ora. Poi lentamente si alzò dalla scomoda posizione, si levò il cappellaccio, lo passò sul filo bagnato e lucido della scure e lo rimise in testa; dopo di che si pose l’arnese in spalla. Prima di fare i quindici passi che lo dividevano dal grande albero, il vecchio si fermò a scrutare il cielo: annusò l’aria come un animale selvatico, osservò i movimenti della chioma ascoltandone il liquido rumore, poi, in quella particolare luce che c’è solo nei mattini di fine estate, si avviò verso quel verde declivio di fatale lucentezza. Il vecchio si sedette ai piedi dell’acero a gambe distese. Si appoggiò con la schiena alle scabrosità del tronco e i piedi scalzi gli uscirono dai sfilacciati calzoni di tela azzurra legati in vita con un pezzo di spago; la camicia di fustagno che indossava non aveva collo né colore, il cappello floscio gli pioveva sulla fronte come una vecchia ciabatta fin quasi alla radice del naso, celandogli la faccia scavata, rugosa e cotta dal sole in una bruna penombra che rendeva ancora più cadaverico il suo disperato aspetto. Si mise a guardare il tetto della sua bicocca e il camino che ormai non fumava più da molti giorni; poi, abbassando lo sguardo nell’erba ancora bagnata  di guazza notturna, osservò criticamente il filo della grande accetta appena rifatto che brillava come un pezzo di ghiaccio al sole. Dopo qualche istante, mentre da lontano arrivava un rabbioso abbaiar di cani, a voce molto bassa come se avesse timore di non trovare le parole per dire ciò che provava in quel momento, il vecchio cominciò a parlare… Però, un po’ a causa della preoccupazione di sbagliare il tono adatto, perché ciò che voleva dire desiderava esprimerlo nel modo più amorevole possibile, un po’ perché non aveva la certezza di saperlo fare, fatto sta che la voce gli uscì talmente fiocca che le sue parole quasi si confusero con lo stormire della chioma sopra di lui:

«Acero, fratello mio, tu conosci meglio di chiunque la mia miseria, in questo momento disperato non mi resta che la capanna con le cianfrusaglie che contiene, il pesce rosso nel vaso di vetro e tu… Se mangio il pesce certamente non mi passa la fame, la capanna, anche se è molto fredda, non la posso dare e nessuno perché è l’unico mio riparo; inoltre, a chi vuoi che interessi una bicocca dove per dormire ci sono solo due assi e un sacco di fieno? Dovrei trovare qualcuno ancora più povero di me, ma qui ormai non c’è nessuno. Il tavolo e la sedia che ho fatto io, mi servono per non dovermi sedere in terra a leggere vecchi giornali, che qualche volta la bora mi porta chissà da dove e spesso in una lingua che non capisco, così mi accontento di guardare le figure a lume di candela… Non ho niente da cui poter ricavare qualche soldo, si disse il vecchio, ma se anche l’avessi a cosa mi servirebbero i soldi in un posto come questo?! Non possiedo nulla per sostituirti o che possa farmi provare rimorso di ciò che sto per fare… Ci sarebbe la cassapanca di mia madre, dove tengo gli indumenti invernali, ma devi credermi se ti dico che non me la sento di bruciare quell’oggetto antico e tanto prezioso per me, il solo ricordo di colei che mi ha messo al mondo: sarebbe come bruciare le sue ossa. Devi capirmi quando dico che solo tu puoi darmi il fuoco per scaldare la capanna e cucinare. Da questo luogo se ne sono andati via tutti tanto tempo fa, non c’è più nessuno che semini, pascoli o falci l’erba: le capre e le pecore abbandonate sono fuggite nei boschi della montagna, sono rimasto soltanto io. Non metto più nemmeno le trappole nei cespugli, perché se ho la fortuna di prendere una lepre poi non ho legna cucinarla! Acero, ti prego, cerca di capirmi come io ho sempre cercato di capire te… Lo so che qui ti ha messo il mio avolo e che dovrei lasciarti morire in pace di vecchiaia dopo tutti gli uragani, la bora, la grandine, il gelo e il sole che hai affrontato per tanti anni! Però pensa se, vecchio e decrepito come sono, dovessi all’improvviso morire: qui potrebbe arrivare qualcuno che odia gli alberi e fare per capriccio quello che io devo fare per necessità…  La maggior parte degli uomini non capiscono gli alberi, – si disse il vecchio fissando le dita dei piedi tra l’erba. – Non è colpa mia se sono ridotto così, la colpa non è di nessuno, semplicemente il destino ha voluto che non decidessi di andarmene come hanno fatto tutti gli altri. Forse la verità è che non riesco a lasciare questa terra… Quando qualcuno cerca di  trovare le proprie colpe o quelle altrui, quasi sempre lo fa soltanto per individuare le ragioni del suo destino, ma il destino non ha niente da dimostrare. Però, visto che almeno in questo caso credo di poterlo fare, cercherò di spiegarti le ragioni del destino tuo, o di quella parte di esso che in qualche modo s’intreccia al mio: per assurdo che possa sembrare, il destino di uomini e cose sono sempre intrecciati… Hai visto che il camino sulla capanna non fuma da più di una settimana?, ti sarai anche accorto che durante la notte il freddo si fa già sentire, specialmente da un vecchio come me che ha il sangue ormai fiacco… Quello che posso prometterti è che cercherò di farti soffrire il meno possibile, per quanto sciocche possano sembrare queste parole; ma dovrò farlo, anche se con il cuore pieno d’angoscia e come se mi obbligassero a troncare la vita di mio fratello. Per non farti soffrire troppo, ho passato metà della notte a preparare il ferro della scure sul gradino della capanna ascoltando la tua voce nella brezza; adesso però è affilata come un rasoio: non sbranerà la tua carne, la inciderà di netto come un ferro chirurgico… Anche se questo è stato il mio incubo per molti giorni e molte notti, di più non ti posso promettere. Quando arriverà l’inverno, oramai non molto lontano come sai anche tu – mi sono accorto che nelle notti passate hai già dato asilo agli uccelli che scendono dal nord –, ti brucerò nella stufa con tutto l’amore che riuscirò a trovare nel mio cuore stanco e gonfio di delusione, lo farò con tutto il rimpianto e l’amarezza che ancora riesce a sopportare un uomo umiliato e abbandonato dagli uomini e da Dio; ti metterò nella fiamma come se tu fossi l’incenso dei Magi e con la parsimonia che si usa con le cose molto preziose…Quando anche l’ultimo tuo pezzo sarà ridotto in cenere, ti prometto che anch’io diventerò un pugno di terra. Questo è tutto ciò che posso onestamente prometterti».

L’uomo si alzò lentamente aggrappandosi all’albero con la grande mano scarna, dalle vene in rilievo e le unghie forti, e non ancora ritto sulle gambe afferrò il manico dell’ascia affogata nell’erba. Di fronte al maestoso Acero montano, un colosso vegetale alto quasi trenta metri, l’uomo con l’arnese in mano pronto a usarlo, ebbe un attimo d’esitazione che subito scomparve. Si sputò nel palmo delle mani, le sfregò una contro l’altra e con tutta la sua forza fece partire il primo fendente perfettamente orizzontale. Vibrò un secondo e un terzo colpo qualche centimetro al di sopra del primo e un po’ obliqui verso il basso. Nello stesso istante, al di sopra dell’albero contro il cielo terso, passarono tre corvi che gracchiarono lugubremente. Adesso, i sordi colpi dell’ascia percorsero la spianata fino ai piedi della montagna per poi ritornare amplificati dall’eco come un rullio di tamburi. Un grosso pezzo di tronco, a forma di mezzaluna e bianco come un dente di lupo, volò nell’erba a qualche metro di distanza e la ferita nel fusto del colosso vegetale apparve netta e senza sbavature. Il vecchio continuò a lavorare a ritmo sostenuto per più di un’ora, il suo intento era di approfondire e allargare lo squarcio in modo da indebolire il più possibile quel tronco brunastro e squamoso di quasi due metri di circonferenza… Non si accorse del trascorrere del tempo perché l’operazione non gli permetteva di pensare ad altro se non alla realtà del momento, che si era coagulata intorno a un nucleo d’istintiva sopravvivenza. Fradicio di sudore, il vecchio si fermò appoggiando la faccia al tronco e tenendo l’orecchio sulla scorza rugosa e fresca per qualche istante, come se volesse ascoltare il battito di quel cuore vegetale. Ebbe la sensazione che fossero trascorsi soltanto pochi minuti da quando aveva iniziato la tacca, ma la stanchezza gli disse che non era così. Si riprese come svegliandosi da un sogno e ricominciò a monologare:

«Perdonami fratello! Ho sentito tra le fronde il tuo fremito di sdegno e dolore; il tuo corpo è già pervaso dal freddo della morte e nello stesso tempo scotta… Lo so, sto facendo qualcosa di orribile ma, ti ripeto, vorrei essere morto piuttosto che farti questo, perché il mio rimorso non avrà mai fine.  La ferita che ti ho aperto mi ricorda una falce di luna e d’ora in poi non potrò più guardare l’astro nascente senza pensare  a te e al tuo carnefice, che la sorte ha voluto fossi io… La tua fibra è candida, compatta, mi rendo conto che sarebbe stato meglio se qualcuno ti avesse abbattuto per fabbricare mobili per una di quelle ville di gente ricca; ma io non voglio la nostra separazione, desidero parlare ancora con te mentre ti consumerai nella purezza del fuoco, in questo modo potremo stare molto tempo insieme: scalderai la casa, mi farai compagnia in questa desolazione, e finalmente potrò sentire l’altra tua voce, quella più grave e senza vento che sa raccontare alle fiamme le leggende degli antichi abitatori delle foreste illiriche… Tu sei albero e io uomo, la distanza che Madre natura ha voluto mettere fra noi è enorme, forse troppa per l’affetto che mi lega a te; ma dopo essere stato fuoco sarai cenere e questa si trasformerà in buona terra… La terra della tua fibra si unirà alla terra delle mie ossa, diventeremo lo stesso elemento e tu sarai mio fratello per l’eternità!»

Con la camicia bagnata che era diventata quasi una seconda pelle, il vecchio appoggiò all’albero il lungo manico della scure e si levò l’indumento. Il sole, anche se non ancora arrivato allo zenit, già pungeva la pelle con i suoi raggi roventi, e le cicale avevano cominciato a limare l’abbagliante luce con la monotonia della loro nota continua. Le braccia del vecchio, pelose, lunghe, forti e brunite da tante estati, parevano fuse nel bronzo; la schiena era un po’ curva, ma il suo torace era ancora muscoloso, asciutto e ricoperto di pelo grigio. Riprese in mano l’ascia e ricominciò a vibrare fendenti con grande precisione. Ogni tanto si fermava per asciugarsi la fronte con uno straccio che estraeva dalla tasca dei pantaloni, dando contemporaneamente un’occhiata verso l’alto alla chioma dell’acero con le sue foglie glauche e verdi scuro, che si stagliava contro il cielo di puro turchese senza una nuvola. Adesso l’incisione profonda e lattea su quella parte del tronco, si presentava come un conoide allargato, pertanto il vecchio decise di cominciare dalla parte opposta. Ma in quel punto il terreno era in pendenza, questo lo obbligava a lavorare in una posizione scomoda e molto pericolosa, perché lui veniva a trovarsi più in basso rispetto al taglio già fatto dall’altra parte. Si posizionò con le gambe e i piedi in modo da non scivolare sull’erba e cominciò ad aprire la nuova incisione.  Le sue pause erano sempre più lunghe: si passava l’avambraccio o lo straccio sulla fronte e sugli occhi velati di sudore sempre più spesso; ma la volontà del vecchio non aveva intenzione di cedere né alla stanchezza né ai sentimenti, anzi, in lui si era messo in moto un conflitto che gli dava ancor più energia. L’ascia sibilava e il rumore dei fendenti attraversava la spianata che poi l’eco rimandava moltiplicato, in quel luogo non si era mai sentito tanto frastuono. Adesso il soleone era arrivato gagliardo a quasi metà della sua corsa senza trovare ostacoli in quel cielo limpido; caldo e stanchezza obbligarono il vecchio a togliersi il cappello, cosa che non aveva mai fatto in vita sua, nemmeno per andare a dormire.

Dopo quel gesto per lui inconsueto, si fermò appoggiandosi al manico dell’ascia per parlare a se stesso: «Cosa ti prende? Da quando te lo sei messo in testa la prima volta non l’hai mai tolto… Sei proprio esausto. No, l’ho fatto per l’albero, il minimo che potessi fare; anche se, in un certo senso, mi ha costretto lui…  Davanti a un albero del genere dovrebbero sempre farlo tutti, anzi, davanti a qualsiasi albero. Ma ora di qua non passa più nessuno, solo il vento e la pioggia, la neve, il fulmine e, ogni tanto, la morte in divisa; però le forze della natura lo hanno sempre rispettato… La ferita nel tronco è larga abbastanza, si disse il vecchio, devo solo approfondirla ancor un po’ come dall’altra parte: non manca molto per arrivare al cuore. Ma il lavoro che mi aspetta non sarà breve né facile per un uomo della mia età: qui il terreno mi costringe in una posizione sfiancante, pericolosa, e Dio non voglia che mi capiti di scivolare sul ferro della scure!» Dopo tali riflessioni, il vecchio riprese il lavoro più deciso che mai ad andare fino in fondo. Ricominciò a colpire orizzontalmente il durissimo legno dell’acero a ritmo sostenuto; però la lama affondava nello squarcio molto lentamente, scaglia dopo scaglia, e con sempre maggiore difficoltà a causa dello spazio esiguo che il ferro incontrava sul fondo del conòide, perché questo, man mano che la lama penetrava verso il centro del tronco, si restringeva. La pioggia di frammenti aveva dato all’erba intorno al ceppo l’aspetto di un prato imbiancato di grandine. Il vecchio si fermò di nuovo, buttandosi stremato ai piedi dell’acero con il torace ansimante e bagnato che sibilava come un mantice. Gli occhi gli caddero sul manico dell’ascia diventato completamente rosso; si guardò le mani e vide che le palme erano diventate due grandi piaghe piene di vesciche sanguinolente: aveva creduto che quel bagnato fosse sudore, e nonostante fossero mani grandi, forti e callose come cuoio da sella, pareva che le avesse messe sui carboni ardenti. Si appoggiò al tronco con la schiena spezzata, mise le mani sulle gambe molli con le palme rivolte verso l’alto e chiuse gli occhi. Il vecchio, anche se non vinto,  in quel momento si sentì molto vicino alla sconfitta. Restò in quella posizione ad ascoltare la voce della stagione che stava arrivando alla fine. Quando a occhi chiusi riprese a monologare, nella parte più bassa del pianoro uno strano vento marezzava l’erba alta e gialla, facendola ondeggiare come l’acqua fangosa di un fiume in piena:

«Acero, perché mi fai tribolare tanto visto che sai quello che voglio da te? Ti prego, adesso potresti venire giù e così avrei finito di spezzarmi la schiena, mani e braccia. Tu conosci meglio di chiunque la mia età, io l’ho dimenticata, ma non posso combattere con te e con me stesso contemporaneamente ancora per molto; tu sei forte, sano, e anche se hai tanti anni, per la tua specie non sei più decrepito di un uomo maturo ma ancora molto vigoroso… Perché ti ostini a voler restare attaccato a quei pochi centimetri di fibra che ancora ti restano? Hai vissuto felice per molti anni su questo altipiano dove una volta c’erano uomini e greggi in abbondanza; sei cresciuto senza impedimenti, libero dei lacci dell’edera, della vite selvatica e del luppolo, che invece tanti tuoi simili devono sopportare e spesso a causa di quei parassiti morire soffocati…

Adesso non devi ribellarti se il fato ha deciso di non farti morire in piedi! Cerca di comprendere chi è costretto a essere il tuo carnefice: la croce di Gesù è stata anche la croce di Giuda… Al punto in cui sei ridotto mi è impossibile lasciarti in piedi, così come non si può lasciare un animale ferito nella foresta, la sua pericolosità diventa tre volte maggiore. Adesso avrai capito il motivo per cui sono obbligato portare a termine ciò che ho cominciato prima che arrivi la notte: è difficile e pericoloso lavorare al buio con questo arnese... Se è vero che le giornate sono ancora luminose fino a molte ore dopo il tramonto, è anche vero che la mia vista non è più quella di una volta; perciò, ti prego, non essere ostinato, non continuare a resistermi dopo quello che ho cercato di spiegarti, le promesse che ti ho fatto e dopo tutto il dolore che m’infligge questo atroce misfatto che sono costretto a compiere! Non posso neppure lasciarti qui per continuare domani: un temporale improvviso potrebbe farti precipitare sulla capanna mentre sto dormendo… Fratello mio, ti rispetto molto, ma tu non farmi uscire di senno, e soprattutto non sperare di esaurirmi le energie che ancora mi restano. Anche se da molti giorni non mangio più niente di sostanzioso, perché non ho farina per il pane né legna per cuocerlo, tu sai che ho deciso solo ieri di venirti a prendere, dopo aver passato molte notti disperate mentre ti guardavo al chiaro di luna; ma in questo momento solo tu puoi aiutarmi a sopravvivere: non ho più la forza di salire fino ai margini del bosco a raccogliere legna per risparmiarti… Ho fatto molti sacrifici prima di decidere la tua sorte, alla mia età mi sono arrampicato ogni settimana su quel costone di rocce taglienti; ma adesso, se anche lo volessi con tutto me stesso, mi sarebbe impossibile arrivare fin lassù: sono debole, stanco, e le mie gambe non reggono più la discesa con la legna sulla schiena; dovrei mangiare carne e bere vino, allora forse…, un uomo non può avere energia mangiando solo cicoria, finocchio selvatico e ogni tanto un po’ di lepre e qualche focaccia senza sale. Fin quando le forze me lo hanno permesso, sono sempre andato sulla montagna per un solo motivo: ritardare la tua morte; ho fatto questo anche se il legno d’abete riempie il camino di fuliggine grassa senza dare calore. Adesso tutto ciò non puoi pretenderlo nemmeno tu! Pertanto, Acero, ti scongiuro, mettiamo la parola fine a questa tragica commedia prima che scenda la notte».

Quando l’uomo pensò d’essere abbastanza riposato nel corpo, si accorse che ancora molto stanca era invece la sua mente. Il tarlo della colpa, insieme all’amara e, per la prima volta, profonda costatazione del suo totale stato di abbandono, lo avevano prostrato. Pensò che forse la sua disperazione era dovuta a una forza oscura e malevola, che lo perseguitava a causa del misfatto che stava commettendo. Si sollevò faticosamente per rimettersi al lavoro. Adesso, però, per far arrivare l’ascia con efficacia sul fondo orizzontale della tacca, doveva piegarsi quasi a metà, stando molto attento sia ai movimenti delle braccia che delle gambe; così, con lo scrupolo di un artigiano che gli costava la massima tensione emotiva e muscolare, cercava di erodere il tronco scheggia dopo scheggia per indebolirlo quanto più possibile da quella parte, in modo da scongiurare il pericolo di farlo precipitare sulla capanna. La figura di quell’uomo mezzo nudo, con la grande ascia in movimento sulle pulegge delle braccia, sembrava quasi un gruppo statuario. Continuò battere a lungo senza fermarsi nemmeno per bere una goccia d’acqua; solo una pausa di pochi secondi ogni tanto per controllare il nodo nel centro della tacca, contro cui adesso il filo dell’ascia si stava a poco a poco rovinando. Ma il maestoso acero continuava a restare spavaldamente immobile, verde e solido contro il cobalto dello spazio come fosse trattenuto dal cielo oltre che dalla terra.

Il vecchio si appoggiò alla scure come ad una gruccia, il manico nell’erba e il ferro in mano, sollevò la faccia stravolta verso la chioma ed ebbe la sensazione che l’albero lo stesse scrutando con mille mobilissimi occhi carichi di rimprovero. Dopo la canicola del primo pomeriggio, si levò un po’ di brezza marina: dal lato ovest della spianata arrivò un fruscio di risacca e l’ondeggiare dell’erba gli ricordò il cambio di marea tante volte osservato durante la sua giovinezza di pescatore.  Si meravigliò molto che gli fosse arrivato un ricordo così sbiadito, ma poi capì che lo aveva provocato il suo fine olfatto, avvertendolo che quel vento aveva l’odore salmastro della costa… La memoria gli restituì anche l’immagine di molti suoi compagni ormai morti da tanti anni, conosciuti a Pola quand’era imbarcato su una nave della Squadra navale austroungarica, dei quali qualche volta, nelle sere d’inverno, cercava i nomi nel suo “Almanach für die K.und K. Kriegsmarine 1917”, il solo libro che avesse. Per un attimo pensò che se, come una volta, gli fosse stato possibile salire sulla montagna avrebbe visto il mare… Con la faccia rivolta verso la chioma dell’albero, il vecchio ricominciò a parlargli: «Io ti sono fratello su questa riva di dolore, ma tu mi hai ridotto come uno straccio! sei testardo, ostinato e senza una briciola di comprensione per la fatica e il rimorso che mi costa usare su di te la mannaia del boia… Quella che adesso senti è solo una brezza, ma al tramonto il vento soffierà con molta più forza e sarà buio! Inoltre questa notte non ci sarà la luna; perciò, anche se ne ho molto bisogno, non posso riposarmi e ricominciare tra qualche ora… Lo sai cosa sto pensando?

Che forse tu non mi sei mai stato amico, per questo non vuoi aiutarmi; anzi, forse la tua segreta speranza è una mia imminente sconfitta perché ti sei accorto che sono arrivato alla fine delle mie forze, ma ti sbagli… Per quanto riguarda il mio fisico forse hai ragione tu, ma sulla mia forza di volontà ti sbagli di grosso! Però sono amareggiato e deluso, perché non avrei mai pensato che ti saresti messo contro di me dopo che ho cercato in tutti i modi di farti soffrire il meno possibile, spiegandoti che la tua sofferenza è anche la mia colpa e la mia vergogna; ma tu non vuoi capire… Nonostante ciò, non posso fare a meno di sentire per te un affetto che non ho mai provato nemmeno per un essere umano, e tu mi ripaghi trattandomi come un qualsiasi taglialegna di frodo! Perché vuoi far continuare questa situazione fingendo di non aver capito?... Credi forse che io non sappia che tu sai che stai per morire?! Non sono mica uno di quegli “esseri umani” che affermano che i vegetali non sentono dolore e poi, contraddicendosi, con alcuni di voi si danno da fare  per  proteggervi dal freddo e dalle malattie… Ma tutto questo tu lo sai benissimo, altrimenti il nostro rapporto d’affetto non sarebbe andato avanti per tutti questi anni! Potrei persino ripetere ogni parola che ci siamo detti come se le avessi appena lette in una pagina stampata! Adesso però il tuo comportamento ha conficcato una spina nel mio cuore, questo mi opprime e spaventa: l’amarezza e la delusione nel petto di un uomo che ha fame è molto pericolosa perché quasi sempre si trasforma in crudeltà. Da queste parti ho visto passare molti uomini amareggiati e affamati, la loro rabbia era feroce come la tigre… Fratello, te lo ripeto, noi staremo vicini per molto tempo ancora dopo che ti avrò portato a casa; ci faremo compagnia nei lunghi inverni parlando di molte cose che non ci siamo mai detti; spesso non basta una vita per dire tutto quello che si ha nel cuore… La vita di un uomo non dura quanto quella di un albero, il tempo che l’uomo ha a disposizione qualche volta gli sembra lungo, altre volte che duri troppo, mentre quasi sempre crede che sia troppo breve; ma se ci mettiamo a confronto, la durata del tempo dell’uomo in realtà è solo qualche anello del tuo tronco… Quando arriverà la prima nevicata parleremo di mio padre, del padre e del nonno di mio padre e di tutta la gente che hai visto passare, del capostipite della mia famiglia che ti ha messo qui per riposare nella tua ombra quando pascolava vacche e cavalli su questa spianata… Se lui ti ha messo al mondo, ora tocca a me fare la parte di Caino… Da chi dipenda tutto questo non lo so, ma saranno questi gli argomenti che affronteremo il prossimo inverno». Dopo essersi inginocchiato per avere una posizione più stabile, il vecchio riprese a menare fendenti, distanziati nel ritmo, all’interno dello squarcio dove già era visibile l’umido nitore del midollo. Ma il vecchio, oramai arrivato allo stremo delle forze, che più che altro gli servivano per guidare e controllare il percorso dell’ascia in modo da non farsi sbilanciare dal suo peso, dopo un paio di minuti si afflosciò su se stesso con i piedi contro la schiena e la testa sul bacino. Sembrava un penitente prostrato davanti a un dio terribile e sordo.

La testa in fiamme e la sconfitta nella gola, stringendolo a sé si appoggiò al manico dell’ascia come ad un pastorale; le sue accorate parole, che ora erano poco più di un sussurro, furono gli ultimi guizzi di una fiamma che si stava spegnendo:

«Acero, c’è stato un tempo durante il quale tu eri qualcosa di veramente prezioso per i miei familiari, e pur avendo un estremo bisogno non hanno mai pensato nemmeno lontanamente di fare quello che adesso sto facendo io… Ma la verità è che mia madre, mio padre e mio nonno, hanno avuto la  “fortuna” di andarsene via prima che questo diventasse un luogo senza speranza. Loro non erano ancora vecchi e stanchi quando sono stati morsi dalla miseria e dalla sciagura dell’esodo forzato; così ti hanno lasciato vivere in pace. Sì, anch’io potevo andarmene in qualche paese lontano, come sono stati costretti a fare quasi tutti, ma al solo pensiero di lasciare la mia terra il cuore mi si spaccava nel petto. Se me ne fossi andato avrei visto il mondo, ma io il mondo l’ho visto ugualmente osservando attentamente la tua corteccia: ho studiato e imparato la geografia sulla tua scorza: qui le montagne del Perù, là le Alpi, dall’altra parte le cime tibetane e le savane africane; tutti i luoghi del mondo che non vedrò mai li ho visti sul tuo rugoso tronco centenario come se ci fossi stato, fiumi, deserti, montagne, profonde gole; osservando la tua pelle estesa come un continente ho esplorato quei posti centinaia di volte… Mi puoi credere se ti dico che ogni colpo d’ascia che arriva nella tua fibra è come se si abbattesse su di me; potrei quasi dire che sento l’acciaio attraversarmi le ossa come la folgore, perché lo scheletro di questo vecchio uomo è oramai frantumato e presto dietro di sé non lascerà altro che un pugno di fango… Mentre tu, dalle radici che hai affondato per tanti anni in questa terra, potrai avere una discendenza, una tua continuità sempre sotto il medesimo cielo, potrai godere ancora dei temporali e della grandine, della neve e della bora, che suonerà tristi melodie con suoi flauti magici nel groviglio dei tuoi rami! Fratello di sventura, se sei indignato ti chiedo ancora una volta perdono per il dolore che devi soffrire a causa mia, ma ti supplico rassegnati, vieni giù e smettiamola di torturarci l’un l’altro una volta per sempre!... Mi sento stanco e questo è un tormento al quale non posso resistere per molto, il mio cuore sanguina come le mie mani e non sono più in grado di reggere l’ascia».

Ancora una volta si alzò tremante sulle gambe rigide, pesanti; anche la sua lucidità mentale si era appannata. Lasciò cadere l’ascia nell’erba e cominciò a spingere con le mani piagate il colosso vegetale. Era uno stratagemma patetico: il trascurabile peso del suo corpo non poteva certamente sostituire la sua debolezza, così dopo un poco si fermò, forse consapevole di quell’inutile e ridicolo sforzo. «Acero, – bisbigliò il vecchio con la bocca quasi incollata alla scabra corteccia, – il vento si è rinforzato, tra poco scenderà il crepuscolo con le sue ombre lunghe e quella non-luce mi confonderà ancora di più la vista… La fine del giorno tra fuochi di anilina e cupi rossori fa diventare indistinte le cose: la montagna, la casa, i dossi del prato e ogni cosa, perfino tu stesso, sembra scolpita nel carbone… Fratello, per tutta la vita sono stato un essere taciturno, oggi però ho parlato con te molto a lungo e ho imparato che usando le parole si può vedere in se stessi, che attraverso la riflessione si può anche creare mentre si distrugge; ho imparato che è possibile amare e odiare allo stesso tempo, che si può trovare la pace interiore nell’infelicità… Ho capito che le parole possono aiutare a vivere e a morire».

Il vecchio ricominciò a spingere il colosso con le mani; poi cambiò idea: mise la schiena contro il tronco incombente e maestoso, affrontò i piedi nel terreno e iniziò a spingere. Sollevando la faccia verso l’enorme chioma, il vecchio ebbe la sensazione che l’albero lo stesse osservando come fosse un fastidioso insetto che ha avuto l’impudenza di misurarsi con un gigante, gli parve che il cielo stesso fosse stupefatto di quel crimine che lui stava portando a termine. Poi il vecchio, nei rami puntati verso l’alto di quella verde cattedrale sospesa sul vuoto dell’infinito, credette di vedere l’intreccio di piste e sentieri di un’ immensa foresta… All’improvviso arrivò un refolo di vento più teso, l’albero sussultò come scosso dal terremoto e tra il fogliame passò un rumore di pioggia battente; il tronco emise un sibilo lacerante, prima trattenuto poi ampio e potente, quasi di cascata, rimase pochi istanti in bilico come un grande animale ferito, si piegò su un fianco e con uno schianto di tuono piombò a terra dall’alto dei suoi trenta metri, imprigionando il vecchio nell’abbraccio della sua vegetale morsa… Dopo che l’eco di quella deflagrazione si fu spento, per un attimo che parve non finire mai la spianata si permeò di un totale, tangibile silenzio, come se la tenebra avesse risucchiato, insieme ai colori del tramonto, anche la voce degli uccelli, dei grilli e di tutte le altre creature grandi e piccole… Adesso, nel buio quasi totale, soltanto una piccola scheggia di luce purpurea era ancora sospesa sopra l’orizzonte verso l’Adriatico lontano. Come una speranza che a volte salva dall’angoscia nella mistica contemplazione dell’assoluto, rimase lì per pochi istanti; poi la notte la nascose insieme a tutto il resto con il suo pietoso velo. 

 

Anno di edizione: 2013
Pagine: 274
Collana: Ritratti
Prezzo: 14.00 €
Autore: Renzo Cigoi

 

Una raccolta di racconti che lascia il lettore con il fiato sospeso dal principio alla fine. In un susseguirsi di immagini dolorose e allo stesso tempo di grande tensione poetica sulle tragedie delle guerre ma anche sulle bellezze naturali di una terra complicata, come lo sono tutte le realtà territoriali di confine, Renzo Cigoi ambienta quasi interamente la sua narrazione a Trieste, in Istria e nel Quarnero. Dalla prima guerra mondiale, ci guida fino ai giorni nostri nelle stanze indecifrabili di un labirinto di vicende, di maestosi paesaggi e della Storia come non era stata ancora raccontata.

 

PER L'ACQUISTO DEL LIBRO

 

Collegati o registrati per inviare un commento