Amara - Il cuore nero dei papaveri. Versi in ricognizione radente (Ed. Opposto, 2015)

20150404 191858 3             pseudonimo di Sonia Tacchinardi, nasce a Genova nel 1958. La presenza del mare nella sua vita è stata determinante nella percezione del divenire umano e di quanto lo circonda: orizzonti mai davvero definiti e il mistero, che congiunge ad altre terre invisibili, nel movimento perenne dell’acqua.
Fin dalle scuole elementari rimane colpita da quell’architettura miracolosa di parole che è la poesia. La studia e la legge con passione, finché nell’adolescenza inizia a comporre le sue prime poesie continuando a farlo, in maniera discontinua e pigra, per molti anni. Scrive per sé, difficilmente condivide e conduce una vita lontana dagli ambienti letterari.

In età più matura, dopo un periodo di assenza dalla scrittura, approda sul web, frequentando Forum di Poesia e pubblicando con crescente assiduità e consapevolezza i suoi testi poetici. Lo pseudonimo di cui si serve per partecipare alla vita della Rete diviene da subito un secondo nome reale che rappresenta se stessa e le circostanze.
Con i suoi testi ha partecipato ad Antologie poetiche di vari editori italiani.
Ha pubblicato la raccolta di poesie “Il cuore nero dei papaveri” per le Edizioni Opposto (Roma, 2014).

Incontriamo Amara per cogliere dalle sue stesse parole il valore della Poesia nella sua vita. 

Come nasce il desiderio di esprimere in versi gli elementi significativi della vita? La poesia si sceglie o è lei a scegliere noi?

È un incontro tra il suo proporsi e  il tuo ascoltarla, con  la volontà di scendere nei propri recessi dove la poesia ti spinge, prima di riportarti alla superficie e oltre. Bisogna fidarsi, come di un amore e come di un amore, a volte si pensa di abbandonarla, la si fugge con convinzione e quasi sempre si torna.

IMG 20131119 160810 1Nel tempo ho compreso come, il seguirla, ti dia la possibilità di accedere ad altre dimensioni, luoghi di analisi e creazione, dove, mentre scrivi, vedi vivere, chissà dove, ciò che traduci in parole.

Quanto è importante per te interpretare ciò che ti accade con la rapidità espressiva dei versi?

Molto importante a più livelli. C’è un aspetto di cura non trascurabile che si fonde con il bisogno di provare a estrarre bellezza da ogni fatto o riflessione. È la necessità di superare i limiti imposti dal quotidiano, dall’essere umani , il tentativo di avvicinarsi il più possibile alla  sorgente del senso, di reinterpretare il reale e quando il percorso di un testo è concluso, quello che lo ha spinto viene abbandonato sull’acqua, al suo cammino. Credo sia così, perché comunque è qualcosa di molto difficile da spiegare, anche a se stessi.

Si dice che siano i consensi a dare la motivazione per proseguire. È vero per te? Fra gli apprezzamenti che hai ricevuto, quale è stato quello che ti ha fornito maggiori spunti di riflessione?

C’è una parte di me che ha sempre scritto senza pubblico, un gesto privato che avrei comunque continuato a fare e che faccio ancora. La possibilità di farsi leggere e i consensi che ne derivano, anche quelli che si esprimono attraverso critiche mirate, più che per continuare a scrivere, sono motivazione per guardarsi in modo più oggettivo e quindi progredire, evolvere.

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Gli apprezzamenti più belli sono quelli silenziosi di chi ti legge da anni e continua a farlo, confidandoti che nelle tue parole ha trovato qualcosa di sé che cercava e non ho mai deciso se sentirlo come una responsabilità o come un regalo, ma, per rispondere,  una volta mi è stato  detto che la mia scrittura non è immediatamente distinguibile come femminile e questo mi ha fatto e mi fa ancora riflettere. Credo che questo pensiero si possa applicare solo ad alcuni testi e non ad altri e, se così fosse, mi appagherebbe molto sia poter arrivare a tutti senza un’impronta di genere, sia saper comunicare il mio modo di vivere il femminino.

Cosa ti piacerebbe cambiare nell'attuale panorama della Poesia, e cosa invece ti fa sentire a tuo agio e fiduciosa nei confronti di un'apertura da parte del pubblico. 

Uno dei problemi credo sia che in molti desiderano scriverla, ma pochi la leggono e anche la scuola mi pare le dedichi molta meno attenzione rispetto al passato.  Questo fa sì che ci sia un’iperproduzione, dovuta anche a certi sistemi editoriali che non condivido, ma rimanga sostanzialmente non letta e invenduta, formando una specie di pietra sepolcrale.  Purtroppo anche le librerie non provano neppure a proporla, se non quella di nomi ‘sicuri’.  Mi piacerebbe, quindi ci fosse più educazione alla poesia sin da piccoli,  meno edizioni prive di discernimento, più attenzione da parte dei librai e che, chi ha la facoltà di farlo, la promuovesse di più, non soltanto come gesto editoriale, ma come parte non minore della letteratura. IMG 20150318 191624

Io, alla fine, godo di piccole fiducie, regalatemi  in varie circostanze da chi ha deciso di leggermi anche senza amare particolarmente la poesia e confessandomene il piacere. A  me bastano, ma per quello che è il quadro generale, penso che se è accaduto una volta che una Szymborska, nella sua grandezza, sia stata capace di vendere quanto la prosa, portando la poesia anche dove non era mai entrata,  forse potranno ripetersi  alchimie di parole e situazioni,  attraverso le quali vedere ancora miracoli.

Aver pubblicato un libro di poesia ti sembra uno strumento utile a comunicare un'epoca? Qual è il messaggio che il lettore dovrebbe cogliere e che tu consegni nelle sue mani?

Devo dire che non mi sono mai interrogata su questa utilità, credo che accada, anche involontariamente, poiché le parole sono figlie degli anni in cui si scrivono. Probabilmente anche il modo stesso di costruirle racconta della propria epoca; ma lo sai, non sono un’intellettuale e il mio generare immagini e pensieri accade quando, nel quotidiano, quello comune a molti, si apre una porta verso una dimensione più intima che si fa cosmogonia interiore. Lì nascono immagini, luoghi e concetti che cercano la via per aprirsi a chiunque. I temi della mia scrittura sono, alla fine, quelli che ogni essere umano tocca nella propria esistenza: i misteri della vita e della morte, quelli dell’amore e della natura, quelli della parola stessa, tutti i pensieri che a volte ci tengono svegli e che, da svegli, ci rendono inquieti. La mia speranza è che chi legge possa sentirsi toccare sulla pelle comune, e che lo senta con la leggerezza, quella che descrive Calvino, di un volo radente, di passaggio.

  

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