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Ghastly di Simonetta Caminiti

Che fiori sono, quelli? 

Sono simili a gerani, ma no, non possono esserlo. È buio, e non distinguerei una ginestra da un papavero. Sono fiori sottili, denutriti, sbocciati come pazzi tra una tegola e l’altra del tetto di fronte. Pazzi, pazzi di vita.

Queste cose proprio non le capisco.

Fumo. Fiotti e orbite di fumo prendono a galleggiare nell’aria come ombre scolpite delle mie paure, stanotte: piccoli mostri che vorrebbero diventare cigni, fiori belli, tanto più aggraziati di quelli tra le tegole laggiù, ma stanotte non c’è speranza. Seduta sul tetto. Sul tetto di questo appartamento, nella trama nera e umida di una notte d’estate.

Il mio esame, domani. Un esame che non ho il coraggio di tentare, che nessuno sa. Entreranno nel mio sangue con uno spillo, e sotto il loro cristallo sarà scritta la verità. Pensano invece che sia l'esame di economia. Quello che non ho il coraggio di affrontare da un anno.

Mia madre inzuppa i suoi dubbi al riguardo, assieme a tutti gli altri, nel suo liquore prerferito. Mio padre perdona, imbalsamato vivo nella sua nuova famiglia. Ma io ho qualcun altro accanto a me, che pensa sia solo l'esame di economia. Lui che mi accarezza e mi castiga sempre.

Ha quarant’anni e non accetta che io ne abbia ventuno. Ci amiamo da tre anni, di un amore da cane e gatto. No: dell’amore di un domatore circense con un cucciolo di tigre come me. È un soldato. Ha il cuore tenero ma si vanta molto più di quella corazza che riluce come le stelle di stanotte. 

A volte vorrei addentare la vita, in qualche luogo di questo mondo che lui non abbia già occupato… ma è difficile trovarne uno. 

È difficile addentare la vita senza di lui: ed è difficile, insopportabile, sapere di poter farlo.

Non avrei il coraggio di guardarmi allo specchio.

È luglio e sono bianca come uno straccio. Ho il viso scavato e cinerino, come quello di un cadavere mummificato dalle sabbie del deserto: usurato da quell’eccesso di grazia tanto più che dalla morte. Il mio eccesso di grazia è la gioventù. Una malattia che – dicono – passa presto.

Ma guardatemi. In sottana. Mezza nuda sul tetto di casa mia, a meditare una vertigine che non ho mai provato. 

Ce l’ho dacché esisto, la pulsione di camminare in punta di piedi sul tetto come un gattino impavido o incosciente. Io voglio guardare negli occhi il buio e trovarci una molecola di coraggio che ho sempre desiderato, più di ogni altra cosa. Il coraggio di dire: «L’ho provato, ma non fa per me il suicidio». 

Ebbene sì: stanotte morirei.

E non è colpa di un esame che mette in discussione, in un quarto d’ora di conversazione senza ossigeno con uno sconosciuto, quel che sono stata da quando ero in fasce fino a ieri, che ho fatto l’amore per l’ultima volta. Non è per i sensi di colpa che colleziono con religioso puntiglio, da quando sono venuta al mondo. Non è per l’angoscia improvvisa che mi abita i polmoni dopo che ho fatto l’amore. 

Direi: «È perché sono stufa». 

Ma non è vero. Stufa di soffrire? E perché? 

La sofferenza, ansimante e nerboruta, è la fibra stessa, il grano della mia vita. Ecco perché continuare di questo passo mi pare un nonsenso. Per la prima volta in vita mia mi sento anestetizzata. 

Ho perso la sensibilità – o almeno così mi sembra – nel punto di me in cui sono sempre stata invincibile: non le mie labbra rosse, non i miei seni soffici, non le mie gambe sottili e scattanti. No: solo la mia fantasia.

È così. Questo fottuto esame di economia politica lo rimando da un anno perché… perché ogni volta che si parla di punti in cui le curve si tangono, accidenti, io penso ai ricordi peggiori di tutta la mia storia. E me ne farebbe vedere, di curve che si tangono e danzano follemente, quell’assistente brizzolato col labbro obliquo, come il superstite di un ictus. 

Non cambierò corso di studi. Non si discute.

Non voglio, non voglio affrontarmi. Voglio precipitare nella voragine della mia paura: voglio sdoppiarmi: diventare una statua di marmo, e una specie di lillipuziana che scende giù, alla velocità della luce, giù per l’esofago duro e gelido di quella statua. E perdere i sensi cadendo. Morire in me. 

O forse, saltando da questo tetto.

A tutto questo, penso. Delirante. E mi vengono in mente diecimila canzoni. Ma perché? 

Mi sento urlare dentro la voce di Freddie, come quando avevo quindici anni: «A volte vorrei non essere nato affatto!». Sto regredendo. Ancora Freddie. «Teo Toriatte konomama iko/ Ausuruhito yo»: i versi giapponesi di Let us cling together. Li imparai a memoria e non li dimenticherò mai. 

Né quelli, né il batticuore al centro di un terrazzo, in una notte d’estate uguale a questa. Il compleanno di Valentina: diciassette anni.

Era tutto diverso. Ma dentro di me, forse, non è mai cambiato niente.

Avevo un vestitino turchese senza spalline. Stavo sbocciando e mi sentivo invisibile. Ma dentro di me lo sapevo, lo sapevo eccome, che prima o poi avrei vissuto. La calura dell’estate si scomponeva in tanti ciuffi sottili di vento sulle mie spalle nude. 

Tenevo i capelli fermi in uno chignon sodo come una pietra, e qualche sbuffo impercettibile, vivacemente castano, che colava sul collo come liquido. E la sua mano enorme, timida, sempre sulla mia spalla.

Sì, tu. Sempre tu. Se ora mi volto e ti trovo qui dietro di me, con la chitarra in braccio, non sgranerò gli occhi. Certo, non mi mancherà un sussulto, un sobbalzo forte che forse – sarebbe la volta buona – mi farà scivolare sulla strada.

In effetti, non volevo dirlo (per non illudermi), ma prima mi è parso di sentire i tuoi passi nella mansarda. Sgambettavi, scarpinavi. Forse cercavi ancora il plettro, che chissà dov’era finito. Ti perdi sempre il plettro: dici che non ne hai bisogno. Poi ti viene voglia. Quando lo trovo da qualche parte, lo appoggio sul comò: nel posacenere di cristallo dove giacciono un accendino senza gas a forma di tette e un bottone bianco; e la ex chiave della cantina.

«Federico» ti chiamo. Ti sento dietro di me. Hai capito che sono sgattaiolata fin qui. E sai cosa sono venuta a sognare. Ti sento.

Mi saluti con un giro di sol alla chitarra. Se mi volto, so già in che posizione ti troverò. Seduto su questo tetto scosceso: le gambe lunghe, i piedi scalzi, i bermuda di jeans e la maglietta verde con il toro bianco sopra.

Il tuo saluto è sempre una carezza alla chitarra. Poi farai il ruffiano. Ma – dico – non lo capisci che mi vergogno come una ladra, se vieni a spiarmi mentre sto in sottana a ragionare le peggiori cose del mondo? Che fai, ragazzo, accovacciato lì come un piccione, alle mie spalle?

«Cosa fai tu, ragazza matta?»

Detesto quando mi chiami così.

«E io detesto quando mi chiami “ragazzo”, come a sottolineare che per te sarò solo e sempre un ragazzo».

(E cosa pretendi?). Okay. Federico.

«Uh, bello: ricordi ancora il mio nome».

Piantala di prendermi in giro. Sto malissimo. Non sarei qui sopra come una gatta, altrimenti.

«E non saresti venuta a fumare. Bleah».

A… A fumare? Magari. Lo sai bene con quale pulsione di morte sono salita fin qui. Non ne posso più.

«Ma non farmi ridere. Una “pulsione di morte” per un esame all’università».

Fosse quello. Fosse quello davvero. Mi dici perché sei qui?

«Magari solo per dirti che stanotte sei tale e quale a Françoise Hardy».

Françoise Hardy ragazza non era come me: io non sono come lei. Mia madre, da giovane, era tale e quale a lei. E forse lo era anche mia sorella. Che diceva quella canzone? Tous les garçons et les filles de mon age: “I ragazzi che hanno la mia età”. Quella canzone l’avevo imparata da bambina. Anch’io ero sempre sola. E pensavo sempre a te.

«E io a te».

Davvero?

«Sì.»

Taccio. Forse m’è già passata la voglia di morire.

«Vuoi sapere come ti pensavo, che so, a quindici anni?»

Sì, ti prego.

«Sicura?»

Certo.

«Guarda che è scandaloso».

Non farmi ridere. Lo sapevano tutti che sei frocio.

«Lo sai che non è vero».

Sì che lo so.

«Non che ci sia nulla di male, a essere froci. Adesso ho dozzine di amici froci, lì dove abito».

Se tu fossi stato frocio, avrei sofferto per te più di quanto ho sofferto.

«Tu credi? Dicono che le femmine si facciano più di buon grado una ragione della reticenza maschile, se non c’è partita con altre femmine».

Cazzate. Ma ora dimmi, ti prego: dimmi come mi pensavi.

«Sicura che vuoi saperlo?»

Sì dimmelo. Dimmelo adesso. Adesso che ti guardo: biondo, meraviglioso. Di velluto. Dimmelo.

«Ti vedevo. Ti vedevo quando alzavo gli occhi al cielo. Con la scriminatura al lato sinistro della fronte e nessuna traccia di frangetta. Non c’erano né il naso né le labbra. Eri una specie di effigie composta in cielo: solo questi bellissimi capelli, e un paio di occhi scuri che ti riempivano metà del visetto tondo, come in un manga giapponese. Il resto della fisionomia era vuoto, bianco come una pallina di panna, e stava bene così».

Rido come una bambina. Sei un visionario, come me.

«Ma eri nuda, tutta nuda. Belle gambe dritte e sottili, il pancino scolpito, i seni minuscoli: due grossi foruncoli rosa pallido. E tra le cosce perfette, una specie di petalo di camelia ferito nel centro, scomposto in due labbra definite che sibilavano un brano dei Queen, da dietro il fodero di peluria riccia… stupendamente castana».

Pazzo!

«Sì».

Ogni donna ha quattro labbra. Le mie non cantavano. Né quelle che ho nel viso né quelle che ho tra le cosce. Che non sono perfette. Mi solleverei la sottana a farti vedere che brutte cosce ho.

«Le conosco le tue cosce. Eccome».

Mi pensavi davvero così? Se avessi anche solo immaginato, che mi pensavi così… Uh, tesoro, non avrei avuto il coraggio di rivolgerti uno sguardo a scuola.

«Tu come mi pensavi?»

Non dirmi che non lo sai.

«Coraggio. Tocca a te».

Eri la mia ragion d’essere. In te si sommavano i motivi della mia frustrazione, le mie lune di traverso; tu eri il pretesto di una mia risata. Ogni volta che chiudevo un libro e ripetevo ad alta voce quello che avevo letto, tenevo in bocca le parole, le arrotondavo, cercavo di assegnare alla voce qualche nota concupiscente, immaginandoti il solo spettatore delle mie interrogazioni. 

E mi dicevo sempre che non potevo sbagliare, perché dovevo essere più brava di te.

«… Non che fosse una cosa complicata».

Non eri cretino, però. Solo… dispettoso come una scimmia.

«Un ladro. Ti sei mai chiesta che fine abbia fatto il tuo orecchino di filigrana?»

Lo persi a scuola, il mio orecchino di filigrana. Che poi non era mio: era di mia sorella.

«A saperlo, non lo avrei rubato».

Ce l’avevi tu?

«Certo».

Avrei riconosciuto il tocco della tua mano ruvida in mezzo a centomila. Ti sentivo cantare: anche nel coro della parrocchia, in mezzo a dodici voci io ascoltavo solo la tua: le sue inflessioni magiche, appoggiate all’organo. E quegli occhi di paglia, gialli, rotondi, li vedevo sbarrati. Anche quando non potevi esserci: anche quando ero coi miei in vacanza all’estero. 

Bastava che mi sfiorassi, con quegli occhi, e mi sentivo meglio di Françoise Hardy: e di mia madre e di mia sorella, e di tutto il mondo.

Lo sai, Federico, amo un uomo, oggi. E sono infelice.

«Smetti di amarlo, dunque».

E come si fa?

«Smettila».

Non sarei più io, senza questa spina.

«No, peggio: dovresti correre a cercartene un’altra, e sei troppo pigra per farlo».

Lo amo davvero. Mi ha insegnato chi sono. Perché sorridi così? Non mi credi?

«Ti sei innamorata di uno specchio nel quale ti vedi cozza. E idiota. Ti sei innamorata di un riflesso di te stessa da rimettere a nuovo a forza di scalpellate dappertutto».

Mi sono innamorata di lui. La persona più brutalmente onesta che abbia mai incontrato. L’uomo di cristallo: coi colori dell’arcobaleno che si riflettono sulla parete di fronte a lui; e le estremità fendenti, che mi ostino ad accarezzare.

«E lui ti accarezza?»

Poco. Ma quando lo fa, mi sento come mi sentivo accanto a te. Senza offesa, mi sento, forse, pure meglio.

«Nessuna offesa».

Federico… Se tu fossi ancora vivo, ci saremmo mai messi insieme?

Ops, silenzio. Silenzio, come dire, tombale. Rispondimi: te ne prego.

«Il fatto è, sai, che un cancro mi ha ucciso a vent’anni. E la timidezza mi ha impedito di vivere, per tutto il tempo che ho avuto. Non so, non posso dire come sarei diventato».

Se non fossi innamorato di me non ti scomoderesti a salvarmi dal suicidio.

«Macché suicidio, idiota? Tu non volevi suicidarti, stasera».

No?

«No».

No. Infatti.

E cosa volevo fare?, dimmi.

«Vuoi un parere sincero?»

Certo.

«Sul serio?»

Certamente.

«Tu stasera volevi… volevi… Ecco, per me, tu stasera volevi ballare. Con me».

E come faccio a dirti che non è vero?

Balliamo. È una musica che piove dalle stelle, frantumi di questa notte pazza: nodi stretti di piccole mani brucianti che di certo, adesso, stringono il tuo respiro. È la canzone più bella che abbia mai ascoltato. Non capisco una parola: che lingua sarà mai? Tu la capisci?

«Io sì».

E cosa dice?

«È un segreto».

Eddai.

«Dice… più o meno dice: “Nella quiete della notte, facciamo brillare la nostra candela; e non smarriamo mai le cose che abbiamo imparato”».

Imbroglione. Questo è il pezzo dei Queen.

«Già».

Allora cosa dice?

«Dice tutto quello che vuoi sentire. È una canzone magica».

Capisco. Niente da fare: non me lo dirai mai.

Meglio così. Quanti testi in inglese diventano scialbi, a tradurli in italiano. Magari è la stessa cosa con le canzoni degli angeli. Però, caspita, la melodia è straordinaria. E questa voce… fa mangiare la polvere a Freddie. 

È una voce senza sesso, come un tuono che attraversa l’universo intero. E ti pare di distinguere una parola, in questa canzone. Dice: “Coraggio”.

Ti sto avvolgendo con le mie braccia, una volta ancora. Potrebbe essere per sempre…

Mi fai una promessa, ragazzo?

«Ci provo».

Semmai decidessi di prendere marito, non farti vedere da queste parti poco prima che io mi sposi. Mi destabilizzeresti, mi rovineresti la vita.

«Se domani, con uno spillo, non ti succhiassero il sangue, per confermarti che sei incinta, ti chiederei di farmi tu una promessa. Non sposarti, non fare cazzate, finché avrai paura che uno come me, uno che ormai è fatto solo della tua memoria, può mandare a puttane i tuoi progetti. Ma non ti chiedo di promettere. Perché tu saprai cosa vuoi. 

Cosa è giusto e bellissimo che tu faccia. E niente manderà a puttane la tua vita. Né memoria né sogni, né l'orrore del vuoto attorno al tuo corrimano».

Mi sveglierò? Sono morta? Sono diventata la piccola fiammiferaia che ha sognato il primo amore, solo che, anziché accendere i fiammiferi per scaldarsi, ha sputato come un drago pallottole di fumo Marlboro? 

No. Eri qui. Eri davvero qui. 

Sei tornato a scompigliarmi col vento sublime dell’incompiuto. Hai chiesto all’oltrevita di cantare una canzone perché ti abbracciassi come non l’avevo mai fatto. Ho sentito la tua carne più viva che mai. 

E mi sono sentita viva anch’io, meglio che nei momenti più felici che ho avuto, forse, e che avevo dimenticato. Tutto mi sembra lieve, adesso. Sorgerà il sole e mi sembrerà di poterlo raccogliere, masticare. Smetterò di fumare, promesso.

E sai: non sono troppo pigra per cercarmi un’altra spina. E non ho bisogno di spine per ricordarmi che sto amando. Qualunque cosa mi troverò ad affrontare sarà Vita. Vita nuda e bruciante, come quella che porto dentro.

Stanotte sei stato con me, ragazzo. A dirmi che ho dentro tutto quello che mi serve: coraggio.

 

Cenni biografici

Simonetta Caminiti è nata a Paola (CS) il 20 maggio 1983. Laureata in Lingue, vive a Roma dal 2002. E' giornalista freelance, lavora soprattutto per il Giornale e alcune riviste Mondadori. La scrittura è la sua passione.

 

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